Data center: cosa sono e dove, nel nord-ovest milanese

Gli elementi tecnici per comprendere la materia

Aggiornato al 2 ottobre 2026

Chi apre un atto su un centro di elaborazione dati, o data center, incontra un lessico che non appartiene alla città: megawatt e megawatt termici, PUE e WUE, gruppi elettrogeni, classi acustiche, componenti tonali. Questo testo spiega quel lessico e lo lega ai numeri del nord-ovest milanese: che cos’è un data center e perché si misura in potenza; quanti sono e dove, e quanto pesano rispetto ai consumi delle famiglie; che cosa significano energia, acqua, generatori, rumore e calore nei documenti; perché gli effetti di più impianti vicini si sommano. Le regole, le soglie e chi decide sono nel testo normativo gemello.

Una macchina che si misura in megawatt

Un data center, o centro dati, è un edificio che ospita migliaia di server: computer che elaborano e conservano dati per conto di altri. Dall’esterno è un capannone; dentro è un impianto. Il Comune di Rho, nella relazione che accompagna la variante urbanistica sui data center, scrive che queste attività «si qualificano più come “macchine” o depositi di contenuti ad alta tecnologia», «decisamente fuori scala rispetto ai materiali della città esistente». Il personale è ridotto e le operazioni sono automatizzate: la relazione tecnica del piano attuativo dell’ATU4, a Rho, dice che il numero di addetti «non è elevato». Per i sette centri annunciati a Settimo Milanese e Cusago il Ministero delle imprese indica «oltre 500 occupati diretti e indiretti a regime».

Per questo la superficie, misura che l’urbanistica usa da sempre, descrive poco. Ciò che conta è la potenza elettrica, che nei documenti compare in tre forme da tenere separate. La potenza di connessione, in megawatt (MW), è quanta potenza l’impianto chiede alla rete; la legge regionale lombarda la usa per le regole urbanistiche. La potenza IT, sempre in MW, è quella assorbita dai soli server: è minore della prima, perché raffreddamento, alimentazione e servizi consumano a loro volta. La potenza termica dei generatori di emergenza, in megawatt termici (MWt), è la potenza dei motori a combustione che partono se la rete si interrompe, e che vengono periodicamente testati. Le procedure ambientali nazionali usano questa, perché un data center, per il Codice dell’ambiente, è anche un impianto di combustione. Un progetto da 90 MW di connessione può avere 250 MWt di generatori: grandezze diverse, che misurano cose diverse.

La potenza dice quanto l’impianto può assorbire in un istante; l’energia dice quanto consuma nel tempo. Un megawatt mantenuto per un’ora è un megawattora (MWh); un anno ha 8.760 ore. I data center, nota Terna, «operano in modo continuativo, con un prelievo attivo costante ventiquattr’ore su ventiquattro». Il carico effettivo resta però sotto la potenza nominale, e di quanto lo dicono solo i dati di esercizio, che i progetti non contengono.

Un’ultima parola ricorrente è campus: più edifici e più centri dati in un solo complesso, contati come un solo impianto nelle mappature. I ricercatori del Politecnico di Milano vedono confermarsi la tendenza «a realizzare Campus Data Center, grandi complessi di più edifici con potenze molto elevate»; intervistati dal Corriere della Sera il 16 agosto 2026, stimano un centinaio di singoli centri fra Milano e hinterland a fronte dei 33 complessi censiti. Gli effetti descritti nelle sezioni seguenti durano per tutta la durata dell’esercizio.

Quanti sono e dove

I numeri più solidi vengono da una ricognizione del Politecnico di Milano (progetto ProdAction, DAStU) presentata il 27 febbraio 2026. In Italia i data center sono circa 200 e 49 stanno in Lombardia. Nella Città metropolitana di Milano ne sono attivi 33, in 32 Comuni, con una potenza nominale di «414 MegaWatt circa», pari al 68% del totale nazionale. Altri 10 sono in costruzione, con apertura prevista fra il 2028 e il 2029, e almeno 23 sono in valutazione presso gli enti.

Le taglie vanno lette come intervalli, non come medie. Gli impianti attivi hanno potenze medie sotto i 10 MW; quelli in costruzione stanno fra 20 e 60 MW; quelli in valutazione fra 24 e 300 MW. La media nasconde i progetti grandi, che sono quelli che contano per gli effetti sul territorio. Tredici progetti in costruzione o in valutazione sorgono su suolo libero, per 120 ettari.

Le proiezioni del Politecnico sono però una stima piuttosto bassa, perché contano solo i progetti già entrati in un procedimento entro gennaio 2026 o prima. Secondo le stime di inizio anno, se tutti i cantieri aperti si completassero, al 2028 si aggiungerebbero 318 MW, «circa un raddoppio rispetto all’esistente». I progetti in valutazione di impatto ambientale potrebbero portare al 2030 «un’ulteriore potenza di circa 600 MW», per «quasi 1GW in più rispetto a oggi». Il quadro si è però evoluto rapidamente nei mesi successivi alle stime del Politecnico.

L’altra serie di numeri viene da Terna, che gestisce la rete di trasmissione, e misura le intenzioni, non gli impianti. Al 31 dicembre 2024 le richieste di connessione di data center in Italia ammontavano a circa 30 GW, per 198 richieste di taglia media intorno ai 140 MW; 18,6 GW riguardavano la Lombardia e circa 9,2 GW la sola provincia di Milano. Di quei 30 GW, però, solo 170 MW erano in esercizio e 0,6 GW avevano un contratto di connessione: il resto erano progetti in corso e domande. Terna parla di un rischio di «saturazione virtuale della rete»; i ricercatori del Politecnico, citando la stessa Terna, scrivono che solo una quota nell’ordine di un gigawatt si tradurrà in impianti. Il dato dice quanto è largo il ventaglio fra ciò che è in procedimento e ciò che è stato chiesto alla rete. Nessuna delle due serie è comunque una previsione.

Quanto pesano questi numeri. Per dare una scala si può fare un calcolo dichiarato, con un’avvertenza: la potenza nominale non è consumo effettivo, perché nessun impianto lavora sempre al massimo, e il risultato va letto come ordine di grandezza. Se i 414 MW oggi in esercizio nell’area milanese assorbissero energia a pieno carico per un anno, consumerebbero circa 3.600 GWh. L’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente definisce «famiglia tipo» un’utenza domestica da 2.700 kWh l’anno: 3.600 GWh sono il consumo di circa 1,3 milioni di famiglie tipo. Per confronto, secondo Terna, nel 2024 tutte le utenze domestiche della provincia di Milano hanno consumato 3.776 GWh, quelle dell’intera Lombardia 11.325 GWh. Con la stessa ipotesi, la potenza attesa fra 2028 e 2030 (circa 1,3 GW, sommando le proiezioni del Politecnico) varrebbe circa 11.700 GWh l’anno: l’ordine di grandezza del consumo domestico di tutta la Lombardia, oltre quattro milioni di famiglie tipo. Il consumo reale se ne discosterà; l’ordine di grandezza è però questo.

Gli ambiti di sviluppo del nord-ovest milanese. Il censimento del Politecnico, aggiornato al maggio 2026 e pubblicato come dataset aperto, conta nel nord-ovest otto impianti attivi, cinque in costruzione e tredici in progetto. I progetti con un atto pubblico alle spalle, con i dati di quell’atto e senza classifica, sono questi. A Pregnana Milanese, su aree industriali dismesse, la Giunta ha approvato il 29 luglio 2026 il piano attuativo dell’ex Gefco-Citroën (DGC 95/2026), che il censimento colloca nella fascia 100-179 MW; un secondo progetto, nell’ex Iveco, vi è censito come progetto. A Vittuone e a Sedriano due VIA statali, sulle quali il Comune di Vanzago ha presentato osservazioni: la prima, il campus MIL02 di Data4 in due lotti, con 100 MW di prelievo e circa 60 MW IT, con il provvedimento in predisposizione al 1° ottobre; la seconda, il campus MXP1 di Hscale, con circa 48 MW IT e 70 MW complessivi. A Cornaredo il campus MIL01 di Data4, nell’ex Italtel, è attivo; il suo ampliamento è in VIA statale dal dicembre 2024, con due domande di AIA statale per i nuovi lotti dal febbraio 2026, e sulla VIA la stampa riferisce un parere regionale contrario del giugno 2026; un secondo campus nell’ex Alemagna è censito come progetto. Settimo Milanese è il polo più denso: il censimento vi conta cinque impianti attivi, cinque in costruzione (Data4, Equinix, Microsoft, Vantage) e tre in progetto. La VIA statale del data center MIL03 di Microsoft si è conclusa con il decreto del 13 maggio 2025; il programma italiano di Vantage è stato dichiarato di preminente interesse strategico nazionale il 2 ottobre 2025 e ampliato il 4 giugno 2026; a Settimo e a Cusago i sette centri di Equinix hanno avuto la stessa dichiarazione il 24 luglio 2026. A Bollate l’ambito AT12, circa 50.000 metri quadrati di superficie lorda secondo il Comune, è stato oggetto nel marzo 2026 di un accordo fra Comune, proprietà, Legambiente e Parco delle Groane che ha chiuso un ricorso al TAR; il censimento lo colloca nella fascia 180-300 MW. A Magenta il campus ex Novaceta ha un piano attuativo adottato il 7 aprile 2026, con cinque edifici su circa 130.000 metri quadrati, e una VIA statale (oggetto 11951, «MXP Magenta») avviata il 23 dicembre 2025. La procedura è sospesa su richiesta del proponente dopo la richiesta di integrazioni del luglio 2026; il censimento colloca il campus nella fascia 180-300 MW, e le cifre di dettaglio (240 MW IT, 360 MW richiesti alla rete, circa 1.100 MWt in 141 gruppi) vengono dalla stampa di settore e restano da verificare sugli elaborati. Sempre a Magenta, la variante generale del PGT adottata il 16 luglio 2026 apre l’ambito di Ponte Nuovo alle «attività produttive ad alto contenuto tecnologico». A Santo Stefano Ticino il data center di Noovle, del gruppo TIM, è attivo nell’ex Tessitura Nosate, e dall’agosto 2024 un suo ampliamento è in verifica di assoggettabilità a VIA statale, ancora in istruttoria (oggetto 11218).

Quello che la stampa aggiunge. Fra luglio e settembre 2026 la stampa locale ha riferito di altri progetti senza un atto di progetto reperibile: a Rho una richiesta edilizia su un’area di 58.000 metri quadrati in via della Mosa; a Vittuone un secondo data center annunciato dall’amministrazione; a Pregnana un campus nell’ex Olivetti-Bull; a Cornaredo l’area ex Icoma; a Legnano una richiesta di connessione alla rete; a Cerro Maggiore una mozione del Consiglio comunale che apre all’ipotesi di un data center nell’area ex Ikea, dove per l’assessore competente «non esiste alcun progetto concreto». Per via della Mosa c’è una traccia anche negli atti, ma come intenzione e non come progetto. Nelle osservazioni del marzo 2026 alla variante di Rho, una società proprietaria di aree produttive nella via ha dichiarato di volervi realizzare un data center. Nessuno di questi è contato qui.

I due progetti di Rho. Il primo è il campus di AWS fra Rho e Pero, nell’ambito ATU 09 del PGT di Rho e nell’ambito ATS 1 di Pero. Il decreto di VIA del 10 settembre 2025 e i pareri che vi sono allegati descrivono due edifici con 18 sale dati per 79 MW di potenza IT e 42 generatori per 293 MWt, connessi a 132 kV alla stazione Terna di Bollate; il programma è stato dichiarato di interesse strategico nazionale il 29 novembre 2024. Il secondo è l’ATU4, l’ex stabilimento Nilit e Radici fra corso Europa e via Moscova: 25.000 metri quadrati di superficie lorda su un’area di circa 37.000, un edificio alto 18 metri, 90 MW di connessione e una potenza termica dei generatori stimata «in via indicativa» in 250 MWt. Il piano attuativo è stato adottato il 6 agosto 2026; il termine per le osservazioni, fissato al 23 settembre, è stato prorogato al 12 ottobre.

Energia ed efficienza: il PUE e i suoi limiti

L’indicatore più citato è il PUE, Power Usage Effectiveness: il rapporto fra l’energia totale consumata dal centro dati e quella assorbita dalle apparecchiature informatiche. Lo definiscono così il regolamento delegato europeo 2024/1364, che rinvia alla norma tecnica EN 50600-4-2 «o in una norma equivalente», e la delibera regionale 6645 del 2026. Un PUE di 1,5 significa che per ogni chilowattora usato dai server se ne consuma un altro mezzo per raffreddarli e alimentarli. Il minimo teorico è 1,0: non un valore fissato da una norma, ma la conseguenza della definizione, perché il numeratore contiene il denominatore. Nel 2024, secondo l’indagine annuale dell’Uptime Institute (526 rispondenti alla domanda), il PUE medio dichiarato era 1,56, fermo da anni.

Nessun atto italiano fissa oggi una soglia di PUE; la Germania sì, con la legge sull’efficienza energetica del 2023, che chiede ai nuovi impianti un PUE non superiore a 1,2. In Italia e in Lombardia vale invece un obbligo di trasparenza: il regolamento europeo impone ai centri dati da 500 kW in su di comunicare ogni anno i propri indicatori a una banca dati europea, e la delibera regionale 6645 chiede di dichiarare, accanto al PUE, gli indicatori per l’acqua (WUE), il calore recuperato (ERF) e la quota rinnovabile (REF). Sono dichiarazioni, non limiti; il quadro è nel testo sulle regole.

Il PUE ha un rovescio che i documenti nominano di rado. Un valore molto basso si ottiene spesso raffreddando con acqua che evapora, perché l’evaporazione sottrae calore con poca elettricità. Efficienza energetica e consumo idrico sono legati da un compromesso, che ogni progetto risolve a modo suo e che la sezione seguente descrive.

Nei due progetti di Rho il quadro è diseguale. Per AWS il proponente ha dichiarato un PUE prospettico di 1,08; la Regione ha osservato che, senza il dato effettivo e i consumi attesi, non è «possibile valutare l’efficienza dell’impianto», e il decreto prescrive la comunicazione annuale dei dati alla banca dati europea. Il progetto prevede fotovoltaico per circa 950 kW di picco. Gli elaborati dell’ATU4 non indicano né un PUE né impianti a fonti rinnovabili: temi rinviati al procedimento ambientale.

L’acqua: quanta, quale, da dove

Un data center produce calore in continuazione e deve smaltirlo. Il modo più semplice è l’aria: gruppi frigoriferi, o chiller, che cedono il calore all’atmosfera come i condizionatori, e nei mesi freddi il free-cooling, che usa direttamente l’aria esterna. Il modo più efficiente dal punto di vista elettrico è l’acqua: nel raffreddamento evaporativo o adiabatico una parte dell’acqua evapora e porta via calore. Esistono infine i sistemi a liquido in circuito chiuso, dove una miscela di acqua e glicole raffredda i server ed è poi raffreddata da chiller ad aria, senza consumo d’acqua. La domanda giusta da fare a un progetto non è «usa acqua?», ma tre domande distinte: quanta, di che tipo, da dove.

L’indicatore dell’acqua è il WUE, Water Usage Effectiveness: i metri cubi consumati in un anno divisi per l’energia assorbita dai server. La delibera regionale 6645 non fissa un WUE massimo per tutti: lo usa, con l’esclusione dell’acquedotto e delle acque potabili, come condizione per le premialità della legge regionale, che tratta il tema come priorità e non come divieto (le soglie e la regola di Rho sono nel testo sulle regole). Conta qui che fra le fonti alternative la delibera citi «reflui affinati da depuratore» e «acque sotterranee oggetto di bonifica»: le stesse a cui ricorre uno dei progetti di Rho.

Resta la falda. Le acque sotterranee non destinate all’uso potabile non sono fra le fonti escluse. Un prelievo da pozzo richiede una concessione di derivazione, che nel milanese rilascia la Città metropolitana (v. il testo sulle regole). Le linee di indirizzo regionali aggiungono che i prelievi sotterranei oltre i 50 litri al secondo passano da una verifica di assoggettabilità a VIA regionale e che, se l’acqua viene dalla falda, servono almeno due piezometri di monitoraggio, a monte e a valle, letti ogni sei mesi. La somma dei prelievi di più impianti sulla stessa falda, che nel nord-ovest milanese alimenta fontanili e irrigazione, è affidata dalla legge regionale alla cabina di regia sugli impatti cumulativi (art. 8 c. 2). I ricercatori del Politecnico dicono al Corriere che i consumi idrici sono un tema «ancora inesplorato».

I due progetti di Rho rispondono alle tre domande in modo diverso. Il campus di AWS lavora «per gran parte dell’anno in modalità di raffreddamento libero» e attiva nei mesi estivi un sistema evaporativo «solo al superamento delle condizioni limite». L’acqua non viene né dall’acquedotto né da pozzi propri: è acqua industriale fornita, dopo trattamento, dalla barriera idraulica della bonifica dell’area, sei pozzi con una portata complessiva di circa 200 metri cubi l’ora. Il fabbisogno dichiarato è di circa 50.000 metri cubi l’anno; l’acqua ricircola circa 2,7 volte, una quota evapora e il resto diventa refluo, il cui recapito finale, fognatura o corso d’acqua, il decreto chiede di definire prima dell’inizio dei lavori. Per l’ATU4 gli elaborati del piano attuativo indicano 34 gruppi frigoriferi ma non ne dicono il tipo, non prevedono prelievi da falda e non quantificano alcun uso d’acqua per il raffreddamento; la convenzione rinvia le scelte alle procedure ambientali. Il tipo lo indica il Comune, fuori dagli elaborati: raffreddamento ad aria, secondo il comunicato sull’adozione del piano. Il 2 ottobre 2026 le risposte del Sindaco ad alcune domande sul progetto lo dicono «interamente ad aria». Lo studio geologico registra una falda a 6-9 metri dal piano campagna, con «marcate escursioni»; lo studio di invarianza idraulica segnala la linea delle risorgive a sud dell’area.

I generatori di emergenza

Ogni centro dati ha gruppi elettrogeni di emergenza: motori a combustione interna, alimentati a gasolio o a biocarburante HVO, pronti a partire se la rete si interrompe. Restano spenti per quasi tutto l’anno (tuttavia soggetti a prove periodiche), ma la loro potenza termica governa le procedure ambientali, perché è la grandezza con cui il Codice dell’ambiente misura un impianto di combustione.

Quanti sono e quanto pesano si ricava dai progetti depositati nell’area milanese. Un campus ospita alcune decine di gruppi: i casi documentati vanno da 35 a 42 unità, con potenze unitarie fra 2,2 e 3,2 MW elettrici, per potenze termiche complessive di due-tre centinaia di megawatt termici. I ricercatori del Politecnico parlano al Corriere di «più di 60 generatori a gasolio» per edificio nei campus più grandi. Il caso di Magenta, con circa 1.100 MWt secondo la stampa di settore, resta da verificare sugli elaborati.

Le emissioni sono quelle di un motore diesel: ossidi di azoto (NOx), polveri, monossido di carbonio. Per i gruppi elettrogeni installati in modo permanente non esistono limiti nazionali dedicati: il regolamento europeo sui motori delle macchine mobili non stradali (2016/1628, detto Stage V) esclude i motori «per macchine fisse». Le linee di indirizzo regionali colmano il vuoto. I gruppi nuovi devono rispettare limiti propri (fra cui 190 milligrammi di NOx e 20 di polveri per metro cubo) ed essere «dotati di sistemi di abbattimento degli NOx (quali ad esempio i sistemi di Riduzione Catalitica, SCR)», oltre che predisposti per il filtro antiparticolato. L’obbligo riguarda un sistema di abbattimento; l’SCR è l’esempio della norma. Sulla sua efficacia per motori che si accendono di rado le posizioni divergono. Nel procedimento AWS il proponente ha sostenuto che con l’SCR le emissioni annue complessive «sarebbero maggiori di circa il 3%», per il sovradimensionamento dei motori; la Commissione tecnica non ha aderito, ha prescritto di approfondirne la messa in opera in sede autorizzativa e ha imposto l’alimentazione a HVO.

Il momento in cui i generatori si fanno sentire, in condizioni normali, sono le prove. Le linee di indirizzo regionali descrivono prove «brevi», di 10-20 minuti, «solitamente a cadenza mensile per ogni generatore», e prove «lunghe», di 1-4 ore, «solitamente a cadenza annuale». Nel procedimento AWS le prove sono quindicinali per gruppo, dai 6 minuti dell’accensione alle 4 ore della prova triennale, in sequenza e mai contemporanee. Con decine di gruppi provati a rotazione, una prova al giorno è la normalità: i ricercatori del Politecnico parlano di test «quasi quotidiani», e le due cose non si escludono. Le regole vigenti dicono quando: di giorno, «nelle ore centrali della giornata, nei giorni feriali», al massimo un generatore alla volta o il 20% degli impianti al giorno per le prove brevi, con calendario coordinato con gli impianti nel raggio di 3 chilometri; le linee guida ministeriali chiedono di concentrarle fra aprile e settembre, quando l’atmosfera disperde meglio. Nel caso AWS la Commissione ha prescritto le prove mensili e trimestrali «su non più di un generatore al giorno». Lo studio acustico dell’ATU4 ipotizza test giornalieri di trenta minuti per generatore, che il proponente si impegna a svolgere solo di giorno, secondo un programma che definisca durata e numero di unità in prova; il piano indica 35 generatori a gasolio (il comunicato del Comune ne conta 32), senza dettagli su potenze, camini o abbattimenti, rinviati al procedimento unico.

Il rumore

Il rumore di un data center ha tre facce. La prima è continua: i sistemi di raffreddamento lavorano giorno e notte, con ventilatori e compressori. La seconda è periodica: le prove dei generatori. La terza è eccezionale: l’emergenza, con tutti i gruppi accesi, per la quale le norme ammettono che i limiti possano essere superati e chiedono un piano per accorciarne la durata.

Il quadro è quello della legge quadro sul rumore (447/1995) e del decreto del 1997 che divide il territorio in sei classi acustiche, dalle aree particolarmente protette (classe I) a quelle esclusivamente industriali (classe VI), ciascuna con un limite diurno e uno notturno. Le classi le assegna il piano di classificazione acustica di ogni Comune; a Rho vige la seconda variante generale del Piano di zonizzazione acustica, con il Regolamento acustico (2021). Oltre al limite assoluto, verificato al confine e ai ricettori più esposti, c’è il limite differenziale: il rumore dell’impianto non può alzare il livello dentro le abitazioni di più di 5 decibel di giorno e 3 di notte, sopra soglie minime (40 dB(A) di notte a finestre aperte). Le linee guida ministeriali e regionali chiedono di verificarlo con particolare attenzione di notte.

Qui entra la parola che più conta per un impianto di questo tipo: componenti tonali. Il rumore di un ventilatore o di un compressore non è un fruscio uniforme; concentra energia su poche frequenze, spesso basse, e l’orecchio lo riconosce come un ronzio. La norma ne tiene conto: il decreto del 1998 sulle misure aggiunge 3 decibel al livello misurato in presenza di componenti tonali (KT) e altri 3 per le componenti impulsive (KI), e il Regolamento acustico di Rho prevede anche il correttivo per le componenti tonali di bassa frequenza (KB), sempre di 3 decibel. Le linee di indirizzo regionali chiedono di verificare «la presenza di eventuali componenti tonali penalizzabili (soprattutto a bassa frequenza)». La penalizzazione esiste perché, a pari livello, un suono tonale disturba di più. Uno studio di laboratorio del 2021 (Yonemura e altri) ha misurato un aumento del fastidio equivalente a 0-7 decibel aggiungendo un tono a un rumore di fondo, tanto maggiore quanto più l’ambiente era silenzioso. Una revisione della letteratura del 2020 (Alves e altri) ricorda che la ponderazione A, con cui si misurano i decibel dei limiti, «riduce drasticamente» i livelli alle basse frequenze e tende a sottostimarli.

Che cosa dice la ricerca sanitaria. Le linee guida dell’OMS sul rumore ambientale (2018) non coprono il rumore industriale, per la sua eterogeneità e il carattere localizzato dell’esposizione, e non danno valori guida applicabili a un data center. Documentano però il peso del rumore ambientale in generale, che le valutazioni disponibili collocano al secondo posto, dopo l’inquinamento atmosferico, fra i fattori ambientali di carico di malattia in Europa occidentale; disturbo del sonno e fastidio (annoyance) ne sono la parte maggiore. Osservano che le sorgenti di vicinato come i sistemi di ventilazione «possono causare notevole preoccupazione anche a bassi livelli» e producono spesso rumore a bassa frequenza, e chiedono ricerca sulle «sorgenti fisse, inclusi gli impianti di riscaldamento, ventilazione e climatizzazione». Sul rumore a bassa frequenza una revisione sistematica del 2016 (Baliatsas e altri) ha trovato «alcune associazioni» con fastidio, problemi del sonno, difficoltà di concentrazione e mal di testa nei residenti vicino alle sorgenti, con evidenze «molto limitate» per le malattie croniche e studi pochi e deboli. In sintesi: il disturbo da rumore continuo e tonale è documentato e riconosciuto dalle norme; gli effetti sulla salute a lungo termine, per questo tipo di sorgente, sono ancora poco studiati.

Nei due progetti di Rho. Lo studio acustico dell’ATU4 colloca l’area in classe IV e i due ricettori residenziali considerati, palazzine a ovest e a nord, in classe V e in classe IV; considera 34 chiller e 35 generatori come sorgenti e prevede una barriera acustica alta 16,5 metri. Secondo il Sindaco, le abitazioni di via Costa distano poco più di 35 metri dal confine nord del lotto e circa 110 metri dall’edificio del data center. Di notte, a finestre aperte, il livello stimato al ricettore a nord è 39,5 dB(A), «con un margine di soli 0,5 dB» sotto la soglia oltre la quale il differenziale si applica; lo studio stesso definisce il risultato indicativo. Le componenti tonali degli impianti non sono state valutate, «che se presenti vengono inserite in un secondo momento»: il proponente si impegna a farlo con i macchinari installati. Il 27 agosto 2026 il Comune ha affidato a un tecnico esterno una campagna di misure del rumore attuale presso le abitazioni di corso Europa, prima dei lavori (determina 945/2026). L’incarico comprende il supporto tecnico al Comune nei rapporti con il proponente. Secondo il Sindaco le misure sono state eseguite in agosto e danno i valori di riferimento da verificare al collaudo degli impianti. Per AWS l’area è in classe V e IV e i ricettori residenziali più vicini stanno a circa 35 metri (Pero) e 260 metri (Rho), in classe IV e III. Il parere regionale rileva che, senza mitigazioni, lo studio stimava «diverse situazioni di superamento», in particolare dei limiti differenziali; con barriere in copertura, attenuatori e dune prevede il rispetto dei limiti, e il decreto prescrive un monitoraggio prima, durante e dopo i lavori con ARPA e Comuni.

Il calore: dissipato, recuperato, accumulato in città

Tutta l’elettricità che entra in un data center esce come calore, a bassa temperatura, e oggi viene per lo più dissipata nell’aria dai sistemi di raffreddamento. Se ne parla in due modi opposti: come risorsa da recuperare e come effetto sul microclima.

Il recupero richiede uno scambiatore, pompe di calore che innalzino la temperatura fino a quella di una rete di teleriscaldamento e una rete che lo riceva. I ricercatori del Politecnico ricordano che il calore di scarto ha una temperatura «relativamente bassa» per il teleriscaldamento e va portato a circa 85 gradi con altra elettricità. La legge regionale ne fa una priorità e ammette i centri dati in aree a servizi tecnologici se integrati con impianti di teleriscaldamento. Nel procedimento AWS la Regione ha rilevato che il proponente non ha dato seguito alla richiesta di un’analisi costi-benefici sull’allaccio a una rete esistente, e il decreto la prescrive. Gli elaborati dell’ATU4 non trattano il recupero di calore. Secondo il Sindaco, gli operatori hanno dichiarato che l’impianto sarà predisposto per il recupero. L’amministrazione intende proporre agli operatori dell’ATU4 e di AWS un tavolo tecnico sugli usi possibili.

L’altro modo è l’isola di calore: la tendenza delle aree urbanizzate a essere più calde della campagna, per le superfici scure e impermeabili e per il calore emesso dalle attività. Un data center vi contribuisce con i tetti e i piazzali e con l’aria calda che espelle. Le evidenze dirette sono recenti e poche. Uno studio con misure sul campo pubblicato nel maggio 2026 (Sailor e altri, Arizona State University) ha rilevato intorno a quattro impianti da 36 a 169 MW, nell’area di Phoenix, un’aria sottovento più calda in media di 0,7-0,9 gradi, con punte di 2,2 gradi, fino a circa 500 metri dal perimetro; gli autori lo presentano come una prima misura, in condizioni limitate. Un’analisi su misure satellitari della temperatura del suolo intorno a migliaia di siti (Marinoni e altri, preprint del 2026 non ancora sottoposto a revisione) stima un aumento medio di 2 gradi dopo l’avvio di un data center; chi l’ha commentata osserva che tetti e parcheggi bastano da soli a spiegare buona parte dell’effetto. I ricercatori del Politecnico notano che l’effetto dei data center sulle isole di calore locali è «assente nella letteratura», pur essendo comune ad aree industriali e commerciali analoghe, e lo elencano al Corriere fra i temi «ancora inesplorati».

Nel sud Milano e nel Pavese il tema è già entrato in tre procedimenti di VIA statale, con esiti diversi. Un cittadino, Sergio Manera, ha depositato nella VIA del campus di APTO Italia a Lacchiarella (288 MW di server) un calcolo analitico. Con ipotesi volutamente sfavorevoli, calma di vento e inversione termica, stima a un chilometro un’aria più calda di circa 5 gradi. Il proponente ha risposto che quei calcoli «non dimostrano la necessità di ulteriori modellazioni del pennacchio termico», perché i chiller espellono il calore a circa 20 metri dal suolo. Si è però detto disposto a monitorare il microclima ai confini del sito. A Zibido San Giacomo, per un edificio di AWS, la Commissione tecnica VIA ha chiesto di «stimare l’incremento della temperatura al suolo indotto dal Data center»; la risposta elenca misure di mitigazione ma non dà una stima. A Siziano, per il campus Stack da 71,6 MW di server, la stessa Commissione ha chiesto nel maggio 2026 la modellazione delle «isole di calore artificiali» e degli effetti cumulati con gli impianti vicini. Il proponente ha risposto con uno studio dedicato (Alvea per Lombardini22, giugno 2026): è l’unico caso lombardo noto in cui l’effetto è stato quantificato dal proponente. Il modello, su celle di 400 metri di lato e con la meteorologia oraria del 2024, assume che tutti i 93,4 MW termici siano dissipati al massimo. Nella cella più esposta stima un aumento medio mensile della temperatura fino a 2,04 gradi, a novembre, e una riduzione dell’umidità relativa fino a quasi 12 punti; l’effetto, secondo lo studio, «si esaurisce, a livello del suolo, nell’intorno di circa 400 metri». Lo studio stesso avverte che il valore di cella è una media sul volume d’aria considerato, non il massimo puntuale, e che il modello non risolve gli effetti degli edifici e dei getti. Sul cumulo conclude che, con distanze di almeno 5,5 chilometri dagli altri data center, «non ci sono evidenze di possibili interazioni».

Le norme lo nominano: la legge regionale affida alla cabina di regia l’analisi dell’«effetto isola di calore» (art. 8 c. 2) e le linee guida ministeriali chiedono pavimentazioni che riducano il fenomeno. Nel procedimento AWS il Comune di Rho ha sollevato il tema; la Regione ha annotato un possibile «aumento della temperatura percepita» e il decreto prescrive cromie chiare e alberature ombreggianti. Per l’ATU4 il Sindaco lo indica come tema da approfondire con analisi specifiche.

Gli effetti che si sommano

Ogni procedimento valuta un progetto. Ma nel nord-ovest milanese i progetti sono vicini fra loro, e i ricettori, la falda, l’aria e la rete elettrica ricevono gli effetti di tutti insieme. Si sommano il rumore dei sistemi di raffreddamento e delle prove; le emissioni dei generatori; i prelievi dalla stessa falda; le richieste di connessione e le nuove stazioni elettriche, che Terna descrive come «cluster» di iniziative concentrate attorno ai grandi centri urbani; il calore dissipato.

Le norme non ignorano il tema, e il testo sulle regole ne dà il quadro: il divieto di frazionare i progetti sotto soglia, la cabina di regia regionale, il Bilancio delle diffusività metropolitano. Tre regole toccano direttamente gli impianti. Le linee guida ministeriali impongono «particolare attenzione» alla «presenza di altri Data Center vicini, anche di proprietà di soggetti differenti, sia in progetto, sia in esercizio», suggerendo «protocolli coordinati tra gli operatori». Le linee di indirizzo regionali coordinano i calendari delle prove nel raggio di 3 chilometri e consentono di negare il regime semplificato per le emissioni quando la criticità «possa essere causata dalla presenza di più Data Center nella stessa area». Il Regolamento acustico di Rho si riserva la facoltà di applicare il limite differenziale «all’insieme delle sorgenti», dove più sorgenti disturbanti coesistono.

La lacuna che resta non riguarda i proprietari diversi, che le norme considerano quando c’è una valutazione ambientale. Riguarda i progetti che restano sotto le soglie della VIA e dell’AIA, e l’assenza di un procedimento che valuti insieme più progetti autonomi. Il procedimento AWS lo mostra: il proponente ha dichiarato che non erano noti altri data center nel raggio di un chilometro e ha valutato il cumulo con il termovalorizzatore e l’autostrada; la Commissione ha rilevato che «permangono criticità» sugli impatti cumulativi e ha prescritto, a seguito dei test dei generatori e prima della messa in esercizio, uno studio di dispersione che includa i generatori dei data center esistenti. Gli elaborati dell’ATU4 non nominano altri data center. I ricercatori del Politecnico lo dicono al Corriere: «ancora non sappiamo quale sia l’impatto cumulativo di più campus vicini».

Che cosa dicono e che cosa non dicono i parametri

I parametri di questo testo dicono molto: quanta potenza chiede un impianto e quanta energia può assorbire; se e quanta acqua consuma e da dove la prende; quanti motori ha in riserva e quando li accende; in che classe acustica sta e quanto rumore aggiunge; quanto calore produce. Non dicono, da soli, se un progetto è accettabile: questo dipende da dove sta, da che cosa ha intorno e da come le regole lo trattano. Chi decide, con quali soglie e in quali sedi è materia del testo gemello sulle regole.

Glossario

Data center / centro dati. Edificio che ospita server e apparati di rete per elaborare e conservare dati per conto terzi, con impianti di alimentazione, raffreddamento ed emergenza.

Campus. Complesso di più edifici o più centri dati sullo stesso sito, contato come un solo impianto nelle mappature.

Potenza di connessione, potenza IT, potenza termica (MW, MWt). La prima è la potenza elettrica richiesta alla rete; la seconda quella assorbita dai soli server; la terza la potenza complessiva dei motori dei generatori di emergenza, espressa in megawatt termici.

Megawatt e megawattora. Il megawatt (MW) misura la potenza, cioè l’energia per unità di tempo; il megawattora (MWh) misura l’energia: un megawatt per un’ora. Un anno ha 8.760 ore.

PUE (Power Usage Effectiveness). Rapporto fra l’energia totale del centro dati e quella delle apparecchiature informatiche; 1,0 è il minimo teorico.

WUE (Water Usage Effectiveness). Volume d’acqua consumato in un anno diviso per l’energia assorbita dai server (metri cubi per megawattora).

ERF e REF. Quota dell’energia totale che viene recuperata e riutilizzata come calore (ERF) e quota coperta da fonti rinnovabili (REF).

Free-cooling. Raffreddamento con la sola aria esterna, senza compressori, quando la temperatura lo consente.

Raffreddamento evaporativo o adiabatico. Raffreddamento in cui una parte dell’acqua evapora sottraendo calore all’aria o al circuito; efficiente sul piano elettrico, consuma acqua.

Raffreddamento a liquido in circuito chiuso. Sistema in cui una miscela di acqua e glicole raffredda direttamente i server e viene a sua volta raffreddata da chiller ad aria, senza consumo d’acqua di rete.

Gruppo elettrogeno di emergenza. Motore a combustione interna, a gasolio o HVO, che genera elettricità quando la rete si interrompe; provato periodicamente.

SCR e filtro antiparticolato. Sistemi di abbattimento delle emissioni: la riduzione catalitica selettiva (SCR) abbatte gli ossidi di azoto; il filtro trattiene le polveri.

HVO. Olio vegetale idrotrattato, biocarburante utilizzabile nei motori diesel al posto del gasolio.

Concessione di derivazione. Titolo necessario per prelevare acqua da falda o da corpo idrico; per le piccole derivazioni la competenza è della Città metropolitana o delle province.

Piezometro. Pozzo di osservazione che misura il livello e la qualità della falda.

Classe acustica e limite differenziale. Ciascuna delle sei classi in cui il piano comunale divide il territorio, con i propri limiti diurni e notturni; il limite differenziale è l’aumento massimo del rumore dentro le abitazioni attribuibile a una sorgente (5 dB di giorno, 3 di notte).

Componenti tonali e a bassa frequenza. Rumore concentrato su poche frequenze, percepito come ronzio; le norme lo penalizzano aggiungendo 3 decibel al livello misurato.

Calore di scarto e teleriscaldamento. Il calore prodotto dai server, a bassa temperatura, che può essere innalzato con pompe di calore e ceduto a una rete di distribuzione del calore.

Isola di calore. Tendenza delle aree urbanizzate a essere più calde delle aree circostanti, per le superfici artificiali e il calore emesso dalle attività.

Effetti cumulativi. Gli effetti che più impianti vicini producono insieme su uno stesso territorio, anche quando ogni procedimento valuta un solo progetto.

Per approfondire sul sito

Riferimenti

Cronologia

  • 24 giugno 2024, linee guida regionali sui data center (DGR 2629)
  • 2 agosto 2024, linee guida MASE
  • 29 novembre 2024, dichiarazione di interesse strategico nazionale per il programma AWS
  • 9 gennaio 2025, osservazioni del Comune di Rho nella VIA di AWS
  • 14 marzo 2025, Piano di Sviluppo Terna
  • 13 maggio 2025, decreto VIA per il data center MIL03 di Microsoft a Settimo Milanese
  • 10 settembre 2025, decreto VIA per AWS Rho-Pero
  • 30 settembre 2025, posizione del Comune di Bollate sull’AT12
  • 2 ottobre 2025, interesse strategico nazionale per il programma Vantage
  • 17 dicembre 2025, adozione della variante di Rho (DCC 67)
  • 23 dicembre 2025, istanza di VIA per il campus di Magenta
  • 2 gennaio e 5 febbraio 2026, osservazioni di Vanzago su Vittuone e Sedriano
  • 27 febbraio 2026, ricognizione del Politecnico
  • 20 marzo 2026, accordo sull’AT12 di Bollate
  • 7 aprile 2026, piano attuativo di Magenta
  • 11 maggio 2026, richiesta della Commissione VIA di modellare il calore a Siziano
  • 25 maggio 2026, dataset del Politecnico sui data center della Città metropolitana
  • 3 giugno 2026, legge regionale 11
  • 17 giugno 2026, approvazione della variante di Rho (DCC 35)
  • 3 luglio 2026, studio microclimatico del proponente di Siziano
  • 16 luglio 2026, adozione della variante generale del PGT di Magenta
  • 24 luglio 2026, interesse strategico nazionale per Settimo Milanese e Cusago
  • 29 luglio 2026, piano attuativo dell’ex Gefco-Citroën a Pregnana (DGC 95)
  • 3 agosto 2026, DGR 6645 e 6646
  • 6 agosto 2026, adozione del piano attuativo ATU4 (DGC 150)
  • 24 agosto 2026, deposito del piano attuativo ATU4 (osservazioni prorogate al 12 ottobre)
  • 27 agosto 2026, affidamento del monitoraggio acustico dello stato di fatto (ATU4)
  • 28 agosto 2026, pubblicazione delle linee di indirizzo nel BURL.